Cosa sono le protesi al seno con microchip

In un contesto nel quale la tracciatura di ogni cosa è prioritaria (dalla provenienza alimentare ai contanti), non stupisce che una delle nuove frontiere del “monitoraggio” siano le protesi utilizzate dai chirurghi plastici per incrementare il volume del seno. Nelle ultime settimane, infatti, le protesi mammarie dotate di microchip hanno fatto il loro ufficiale debutto sul mercato italiano della bellezza, conquistando non poche valutazioni positive.

L’obiettivo di tali protesi è abbastanza chiaro: cercare di soddisfare la crescente esigenza di realizzare impianti al top sotto il profilo della sicurezza, per gestire al meglio problemi che possono presentarsi non tanto al momento dell’intervento, quanto a distanza di anni.

Ma come funzionano? “All’interno dell’involucro di silicone, viene inserito un microchip che racchiude una specie di carta d’identità del tipo di protesi impiantata”, spiegava qualche giorno fa sulle pagine di StarBene Alessandro Gualdi, professore a contratto di chirurgia plastica e medicina estetica presso le università Bicocca e Vita-Salute dell’ospedale San Raffaele di Milano – “Se col tempo insorge qualche problema, e la donna si rivolge a un medico diverso da quello che l’ha operata, è possibile risalire in pochi minuti all’identikit dell’impianto. Basta passare sulla pelle, a livello del torace, un transponder, una specie di pila che si illumina e legge il codice del microchip. A questo punto, il medico si siede al computer, entra nel sito dell’azienda e digita il codice riportato dal lettore automatico: ed ecco comparire tutte le informazioni del caso”.

Dunque, nel caso fosse di interesse, sarà possibile leggere grazie al microchip la marca, il modello, la data in cui è stato realizzato l’impianto, la clinica e il nome del chirurgo. E, naturalmente, le caratteristiche relative alla protesi, come il volume corrispondente al peso specifico, le dimensioni e la tecnica chirurgica adottata.

Per quanto intuibile, proseguiva l’esperto, la tracciabilità delle protesi assume grande importanza in cui insorgano complicanze, come la contrattura capsulare o ancora la formazione di una capsula fibrosa tutt’intorno alla protesi, dura e dolente alla palpazione, che obbliga alla sua rimozione e alla sostituzione con una di un altro tipo.

Non solo: siccome le protesi sono di norma progettate per durare 15-20 anni, nel caso in cui succede che si rompano o si deteriorino, oppure che la donna desideri sostituire l’impianto perché nel frattempo la sua silhouette è cambiata (ad esempio in seguito a gravidanze e allattamento) attraverso la lettura del microchip il chirurgo avrà una vita più facile.

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