Più donne ai vertici uguale più utili?

Secondo quanto afferma un recente studio condotto da McKinsey, nel caso in cui nei consigli di amministrazione delle grandi aziende siedano più donne, i profitti potrebbero crescere del 15%. Insomma, più donne, più utili. A conferma del fatto che la diversity – aggiunge l’elaborazione McKinsey – non riguarda solamente aspetti etici e sociali ma anche il business.

L’analisi McKinsey, effettuata su un campione di 366 aziende attive in diversi settori e Paesi, ha evidenziato dunque una correlazione statistica fra diversità e performance finanziaria. In particolare, sottolineava un approfondimento condotto in proposito dal Corriere della Sera, le realtà con una più alta presenza di donne nei comitati esecutivi e nei board accrescono il profitto mediamente del 15% rispetto alla media nazionale del settore di appartenenza. Una percentuale che sale addirittura al 35% nelle realtà in cui si garantiscono anche le differenze etniche.

Come se quanto sopra non fosse già sufficiente per concentrare maggiore attenzione sull’aspetto della diversità e della necessità di premiare gli sforzi femminili, a tali elementi valutativi se ne aggiungono altri più di carattere qualitativo: tra i tanti, prosegue il quotidiano, si rafforza l’orientamento al cliente, si amplia il bacino di talenti a cui attingere, si facilita lo spirito di collaborazione e si incentiva l’innovazione.

Ma per quale motivo, nonostante gli indubbi vantaggi, la percentuale di donne in azienda continua ad essere così bassa? A rispondere all’enigma è Leonardo Totaro, managing director McKinsey e Company Mediterraneo, secondo cui “è molto chiaro. Non è una questione legata alle competenze delle donne o alle loro ambizioni, ma alla scarsa fiducia delle aziende nelle potenzialità femminili, compresse dall’uso di categorie di valutazione spesso ancorate a sistemi e valori maschili”.

Un’affermazione, quella di cui sopra, che appare non solamente molto forte, quanto anche supportata dall’evidenza secondo cui la carriera delle donne sarebbe minata proprio in azienda, e non tanto al momento dell’ingresso, quanto nel momento delle prime promozioni. Il primo passaggio di carriera avviene per una donna ogni tre uomini e la disparità cresce via via fino ad arrivare al top, dove una manager del board ha cinque volte meno possibilità del suo collega uomo di diventare direttore generale – ricorda il quotidiano milanese.

“Per non disperdere le intelligenze femminili è indispensabile che le aziende implementino politiche proattive — commenta infine Totaro — In McKinsey, per esempio, abbiamo attuato diverse iniziative: dal monitoraggio attento del processo di valutazione e di carriera alla scelta di inserire il 50% di donne, dall’implementazione di programmi di flessibilità (senza distinzione di genere) per facilitare un work-life balance fino alle iniziative di coaching e di mentoring”.

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